home page

 

La mia storia dell'armonica
di Adolfo Marcello Scotto bluesprince@inwind.it

 

Il materiale contenuto in questa pagina è a disposizione di tutti esclusivamente per la lettura.

Ogni altro tipo di utilizzo necessita dell'autorizzazione esplicita dell' autore.

INTRODUZIONE

1) Armonica, le ance della Spiritualità Blues

2) Armonica, imitazione della voce umana

3) Demitizzazione di uno stereotipo:

Il Blues non nasce nella e per la schiavitù, sua culla è la libertà ottenuta dopo la     Guerra di Secessione.

4) Breve  genealogia del Blues

5) L’armonica diventa Regina del Blues

6) Premessa alle monografie

 

MONOGRAFIE
Robert Johnson Sonny Boy Williamson  

 

3) Demitizzazione di uno stereotipo:

Il Blues non nasce nella e per la schiavitù, sua culla è la libertà ottenuta dopo la     Guerra di Secessione.

 

Naturalmente, oltre agli aspetti più sopra accennati in una sorta di inconsueta protoantropologia, non lontana tuttavia dall’aver toccato tasti a mio parere molto importanti, è necessario ora inquadrare l’armonica a bocca e i musicisti Blues afroamericani dell’era antesignana, in un contesto molto più prossimo al loro background di realtà vissuta; tristemente e duramente vissuta. Dopo la fine della Guerra di Secessione (1864), il Popolo Nero ormai affrancato dalla schiavitù, tra i millanta insormontabili problemi che la libertà appena ottenuta aveva paradossalmente creato, quello della mera sopravvivenza da conquistarsi giorno per giorno, era per certo il più temibile. Non era ancora il tempo delle grandi migrazioni dal Sud verso le fabbriche del Nord, che avrebbero garantito negli Anni Venti il lavoro (fino alla Grande Depressione), a milioni di afroamericani. Nella seconda metà dell’Ottocento, l’unica vera risorsa di cui il black man realmente poteva disporre, era ancora e sempre la terra. Il duro lavoro nei campi che fino ad allora il nero aveva dovuto subire come schiavo, ora era alla sua portata nella nuova veste di salariato. Purtroppo, le condizioni di lavoro, durissimo come all’epoca della schiavitù, non erano molto cambiate. D’accordo, ora i colored ricevevano uno stipendio, tuttavia, la paga raramente bastava per la sopravvivenza; molti dunque abbandonarono definitivamente la terra che arrecava alla mente terribili ricordi e alla tasca poco denaro, alla ricerca di nuove possibilità di sopravvivenza. Orbene, tra i molti espedienti cui i colored si affidarono onde guadagnarsi la vita, la musica, come tutti ben sappiamo, fu terreno di sopravvivenza privilegiato. In verità, sul finire dell’Ottocento le forme musicali consolidatesi presso gli afroamericani non avevano ancora assunto le connotazioni del Blues così come noi lo conosciamo; lo stesso termine “Blues”, nel corso del secolo aveva subito determinazioni semantiche assai diverse tra loro. Infatti, sin quasi alla metà dell’Ottocento presso i neri afroamericani con il termine Blues e con la locuzione I’ve got the blues2 si designava il tedio, la noia; solo sul finire degli anni sessanta la parola divenne sinonimo di ansia (esistenziale) e soprattutto, eminentemente, di tristezza; non a caso ho insistito nella prima parte di questo lavoro sugli aspetti spirituali legati al Blues. Tuttavia, il termine, “Blues”, ­­ più che una parola è da considerarsi a tutti gli effetti un semantema ­­, non era ancora stato assimilato ad alcuna forma musicale, né, tantomeno, a nessun genere ben definito. I primi musicisti neri, inconsapevoli precursori ed ispiratori del Blues, erano dediti soprattutto ad una musicalità molto intensa emotivamente, ma ancora piuttosto grezza e troppo legata a retaggi di matrice africana. Tale musica, suonata con strumenti di fortuna ricavati dagli oggetti più impensabili come più sopra esposto, ma soprattutto con rozzi quanto ingegnosi prototipi di chitarra, era comunemente definita filed holler.3


 


2     Sono annoiato, ma poi, sono triste.

     

3     Canto campestre.

 

home page      top