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3) Demitizzazione di uno stereotipo:
Il Blues non nasce nella e per la
schiavitù, sua culla è la libertà ottenuta dopo la Guerra di
Secessione.
Naturalmente, oltre agli aspetti
più sopra accennati in una sorta di inconsueta protoantropologia,
non lontana tuttavia dall’aver toccato tasti a mio parere molto
importanti, è necessario ora inquadrare l’armonica a bocca e i
musicisti Blues afroamericani dell’era antesignana, in un
contesto molto più prossimo al loro background di realtà
vissuta; tristemente e duramente vissuta. Dopo la fine della
Guerra di Secessione (1864), il Popolo Nero ormai
affrancato dalla schiavitù, tra i millanta insormontabili problemi
che la libertà appena ottenuta aveva paradossalmente creato, quello
della mera sopravvivenza da conquistarsi giorno per giorno, era per
certo il più temibile. Non era ancora il tempo delle grandi
migrazioni dal Sud verso le fabbriche del Nord, che
avrebbero garantito negli Anni Venti il lavoro (fino alla
Grande Depressione), a milioni di afroamericani. Nella seconda
metà dell’Ottocento, l’unica vera risorsa di cui il black
man realmente poteva disporre, era ancora e sempre la terra. Il
duro lavoro nei campi che fino ad allora il nero aveva dovuto
subire come schiavo, ora era alla sua portata nella nuova
veste di salariato. Purtroppo, le condizioni di lavoro,
durissimo come all’epoca della schiavitù, non erano molto cambiate.
D’accordo, ora i colored ricevevano uno stipendio, tuttavia,
la paga raramente bastava per la sopravvivenza; molti dunque
abbandonarono definitivamente la terra che arrecava alla mente
terribili ricordi e alla tasca poco denaro, alla ricerca di nuove
possibilità di sopravvivenza. Orbene, tra i molti espedienti cui i
colored si affidarono onde guadagnarsi la vita, la musica,
come tutti ben sappiamo, fu terreno di sopravvivenza privilegiato.
In verità, sul finire dell’Ottocento le forme musicali
consolidatesi presso gli afroamericani non avevano ancora assunto le
connotazioni del Blues così come noi lo conosciamo; lo stesso
termine “Blues”, nel corso del secolo aveva subito
determinazioni semantiche assai diverse tra loro. Infatti, sin quasi
alla metà dell’Ottocento presso i neri afroamericani con il
termine Blues e con la locuzione I’ve
got the blues
si designava il tedio, la noia;
solo sul finire degli anni sessanta la parola divenne sinonimo di
ansia (esistenziale) e soprattutto, eminentemente, di
tristezza; non a caso ho insistito nella prima parte di questo
lavoro sugli aspetti spirituali legati al Blues.
Tuttavia, il termine, “Blues”,
più che una parola è da considerarsi a tutti gli effetti un
semantema
,
non era ancora stato assimilato ad alcuna forma musicale, né,
tantomeno, a nessun genere ben definito. I primi musicisti neri,
inconsapevoli precursori ed ispiratori del Blues, erano
dediti soprattutto ad una musicalità molto intensa emotivamente, ma
ancora piuttosto grezza e troppo legata a retaggi di matrice
africana. Tale musica, suonata con strumenti di fortuna ricavati
dagli oggetti più impensabili come più sopra esposto, ma soprattutto
con rozzi quanto ingegnosi prototipi di chitarra, era comunemente
definita filed holler.
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