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4) Breve genealogia del
Blues
Il field holler, è
sovente e a ragion veduta, assimilato dagli studiosi alla work
song,tuttavia,
sebbene sotto il profilo strettamente musicale i due tipi di canto
siano molto affini, ciò che li differenziava era il contesto in cui
ciascuno trovava la propria determinazione. La work song era
cantata esclusivamente nei luoghi di lavoro della schiavitù, in cui
fungeva non già quale sfogo alla fatica e alle angherie, bensì
serviva per dettare i ritmi della lavorazione con cadenze monotone
cui tutti i componenti delle cosiddette chain gangs,
dovevano attenersi. Quindi, i neri, gli schiavi neri,
solevano scandire ritmicamente la gestualità meccanica del lavoro
nella costruzione di ponti e ferrovie, nella lavorazione del
legname, nelle cave, ecc, accompagnandosi con strofe di norma
cantate da un solista e ripetute coralmente da tutti i compagni,
cadenzate all’unisono con la gestualità ripetitiva della fatica.
Questa elementare e primitiva struttura metrica basata sulla figura
poetico-musicale detta domanda-risposta, ovvero ripetizione
echeggiata e costante della Tonica (cantata) in sole due o
quattro battute, è senza dubbio da considerarsi un non troppo
lontano archetipo della connotazione metrica definitiva e molto più
articolata, propria del Blues. Il Blues, infatti,
oltre alla Tonica, è costituito anche dalla Sottodominante
e dalla Dominante su un assetto (di norma) composto di 12
battute.Il filed holler, per parte propria, non sfugge alle
determinazioni metriche della work song, ciò che distingueva
un canto dall’altro non era neanche il lavoro in quanto tale, bensì
le condizioni di lavoro. Infatti, se la work song
veniva usata dagli schiavi perlopiù sfruttati in lavori da
operaio di fatica, il field holler, come la stessa locuzione
suggerisce, era cantato nei campi di raccolto; in questo contesto
non si avevano dunque chain gangs, ma lavoratori strettamente
sorvegliati da uomini in armi, incatenati individualmente, in modo
che i ceppi non intralciassero la manualità e la deambulazione.
Pertanto, sebbene anche il field holler fosse strutturato e
cantato sulla figura metrica domanda risposta consistente
della sola Tonica, è chiaro che, stante la “libertà” fisica
degli operai gli uni dagli altri, il lavoro non doveva
necessariamente procedere all’unisono, quindi anche la ritmicità del
canto era alquanto meno serrata; diversa da quella della work
song.
Ebbene, questa era
la musica che i reietti afroamericani perlopiù suonavano sul
declinare dell’Ottocento, al fine di campare la vita in modo
abbastanza onesto, benché sovente con l’attività musicale si
coniugavano pratiche di sopravvivenza non sempre lecite, tra le
quali spiccavano il gioco d’azzardo, lo spaccio di liquori, quest’ultimo
aspetto assumerà proporzioni molto consistenti anche tra i
bianchi alcuni decenni più tardi, nell’epoca della Grande
Depressione e quindi del Proibizionismo , le piccole
truffe e altri espedienti tipici della microcriminalità determinata
non dalla sfrenatezza delinquenziale fine a se stessa, bensì dai
morsi della fame, dalle necessità di riuscire a vedere l’alba del
giorno successivo. Abbiamo già constatato anche quali fossero gli
strumenti cosiddetti hand made
di cui i musicisti di colore facevano uso; a questo
proposito, è necessario rammentare che alcuni, tra i più fortunati,
potevano disporre di strumenti musicali veri e propri, si trattava
nelle maggioranza dei casi degli strumenti già appartenuti alle
Military Bands delle due opposte fazioni, abbandonati sui
terreni di battaglia alla fine della Guerra di Secessione.
Naturalmente questi strumenti, reperti di guerra, erano soprattutto
strumenti a fiato, ottoni di cui i neri per la
stragrande maggioranza, ignoravano l’uso; se, infatti, nelle
tradizioni musicali della loro terra d’origine, l’Africa,
esistevano da secoli strumenti a corda in qualche remota misura
accostabili alla chitarra, oggetti in legno vagamente simili al
flauto, e, naturalmente, vari strumenti a percussione, tuttavia, né
gli ottoni, né tantomeno alcun prototipo artigianale di
questi, era conosciuto. Ciò nondimeno, molti afroamericani
impararono l’uso di questi particolari strumenti a fiato
sviluppandone le potenzialità; la storia del Jazz e, in
misura minore, la stessa storia del Blues lo attestano
meravigliosamente.
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