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Robert Johnson
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Robert Johnson
No, signori miei, no! Non si tratta di un errore,
avete letto bene: Robert Johnson. Pare strano io dia principio ad una
serie di monografie riguardanti alcuni dei più grandi armonicisti Blues
di tutti i tempi, occupandomi di un chitarrista, e che chitarrista, ma forse
alcuni lettori ancora non sanno che Robert Johnson prima di diventare il
leggendario Robert Johnson, era un eccellente armonicista. Purtroppo non
esistono prove fonografiche a testimonianza di ciò, tuttavia, i racconti
tramandatici dai suoi amici e compagni di strada, rappresentano certezze
storiche inconfutabili, lacerti di verità che emergono da un fuggevole percorso
di vita
Robert è scomparso in tragiche circostanze all’età di soli ventisette
anni ,
in larga misura ancora avvolto non
soltanto nelle intricatezze biografiche, ma soprattutto nelle nebbie di misteri
tuttora irrisolti. Quanto segue è una testimonianza di Son House relativa
ad accadimenti occorsi sul finire degli anni Venti.
In quell’epoca giù nel Delta
noi musicisti Blues eravamo soliti esibirci alle feste
danzanti del Sabato sera; alle nostre performances era sempre presente un
ragazzo di circa vent’anni o forse meno, un armonicista, suonava piuttosto bene
ma la sua passione era la chitarra. Ebbene, questo giovanotto, Robert, si sedeva
proprio innanzi a me e a Willie Brown e ci scrutava alternativamente mentre
suonavamo, non ci toglieva gli occhi da dosso.
Durante le pause, lasciavamo le chitarre
appoggiate in un angolo, Robert, approfittando della nostra momentanea assenza
dal palco, era uso prenderne una per suonare qualcosa; più che altro
strimpellava, era proprio il peggiore avessi mai sentito. La gente, esasperata
per quei suoni molto sgradevoli ci apostrofava piuttosto arrabbiata:
fatelo smettere, toglietegli la chitarra dalle mani!” Io,
allora, mi avvicinavo a Robert e tentavo di dissuaderlo dicendogli:
non vedi che la
gente è spazientita? smettila per favore, lascia la chitarra, suona l’armonica
piuttosto, con l’armonica sei molto in gamba. Lui però non sentiva
ragioni, non avrebbe suonato l’armonica, voleva suonare la chitarra, era
assolutamente fissato.
Tuttavia, in alcuni frangenti, Robert
non disdegnava il suo primo strumento. Durante le peregrinazioni tra Stato
a Stato vissute con l’amico Johnny Shines, capitava che
talvolta Robert perdesse o dimenticasse la propria chitarra in una stanza
d’albergo, su un vagone merci o all’angolo della strada. Poiché l’unica fonte di
sostentamento per i due hobos era naturalmente la musica mediante
improvvisate esibizioni lungo le highways
o negli slums,
innanzi a uditori altrettanto improvvisati alla
cui generosità i nostri musicisti si affidavano; era giocoforza che Robert,
privo della chitarra, dovesse accontentarsi di suonare l’armonica accompagnando
Johnny, il quale, contrariamente all’eccentrico amico, giammai avrebbe
abbandonato o perduto la propria compagna a sei corde. Durante queste grezze
performances, Robert non si contentava di suonare l’armonica; le sue
esibizioni erano un concentrato di istrionismo, simpatia e soprattutto di vera e
propria fisicità, mediante cui accennava gestualità ammiccanti eppure mai
volgari, danzando con le sue (moltissime) ammiratrici, o saltando col cappello
in mano tra un ascoltatore e l’altro, per ricevere i nichelini e i cents
che vi cadevano copiosi.
Purtroppo non si sa nient’altro di Robert
nelle sue inusitate eppure attagliatissime vesti di armonicista. Il fato
invidioso ci ha voluto privare di una delle grandezze di questo ragazzo nero
tanto geniale quanto sfortunato; la storia e la leggenda unite in un abbraccio
inestricabile ci hanno tramandato, tuttavia, la figura più titanica del Blues
di sempre.
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