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Sonny Boy
SONNY
BOY WILLIAMSON
Tra gli artisti antesignani e mirabili fautori del
Chicago Blues post Secondo Conflitto Mondiale, uno
si erge maestoso al di sopra di ogni altro: John Lee “Sonny Boy” Williamson.
Sonny Boy,
figlio di Ray e Nancy Williamson, vide la luce in Jackson,
Tennessee, il 30 Marzo del 1914.Verosimilmente, Sonny apprese l’uso
dell’armonica in età molto precoce. Durante l’adolescenza, la sua giovane vita
già si forgiava on the road in compagnia di personaggi del calibro di
Yank Rachell, “Sleepy”John Estes, e “Homesick” James Williamson,
con i quali percorse in lungo e in largo il Tennessee, esibendosi
ovunque. In particolare, Sonny aveva stretto vincoli di grande amicizia,
sin dall’infanzia, con il coetaneo “Homesick” James Williamson, forse
anche in virtù di una più che probabile parentela che li univa. Da più parti si
mormorava, infatti, che i due fossero addirittura cugini, ma, come sovente
accade per la vita dei grandi Bluesmen, le notizie biografiche si
confondono con la leggenda, quindi non è possibile essere precisi ed esaurienti.
L’idea che Homesick e Sonny Boy fossero parenti, nondimeno, è
affascinante; per certo, ed è storicamente oltre che anagraficamente comprovato,
Homesick era cugino del magnifico Elmore James. Come si è detto,
tale illustre accolta di autentici maestri del Blues, lavorava
regolarmente attraverso un circuito musicale nel loro Stato, molto
eterogeneo e vario. Per esempio, mentre uno di loro si esibiva in Jackson
durante il week-end, gli altri suonavano in Brownsville; tutti insieme
poi, si incontravano a Nutbush per muovere verso Pleasant Grove,
Mason e Somerville in un incessante peregrinare fatto di strada,
alcool (molto) e Blues. Nel 1933 Sonny Boy, Yank Rachell, e
Homesick James, divennero ospiti fissi per le serate del week-end,
presso il Blue Flame Club in Jackson, diretto da Mr. Kirby
Jones. Presto, tuttavia, Sonny Boy avrebbe lasciato i compagni e gli
ingaggi, per stabilirsi a Chicago. La sua prima session di
registrazione tenuta presso gli Aurora Illinois Studios il 5 Marzo 1937,
sortì Good Morning Little Schoolgirl, Bluebird Blues e Sugar
Mama Blues; tre grandi evergreen del Blues saccheggiati a più
riprese allora e sempre, da chiunque suoni o abbia suonato la Musica del
diavolo. Questi dischi effondevano l’atmosfera aulente e dolce
delle campagne del Sud; la voce appassionata di Sonny Boy decisa e
convincente, i suoi repentini duetti tra canto e armonica contrappuntati dal suo
confidenziale e complice sussurro, regalavano freschezza e magia. Tutto ciò
riposava sul magistrale tappeto musicale intessuto dalle chitarre di Big Joe
Williams e Robert Lee McCoy; in particolar modo, risultava
ritmicamente efficace e preciso, il lavoro ipnotico e costante della chitarra di
Big Joe, suonata quasi alla stregua di un basso. Nel Novembre di quello
stesso anno e l’anno seguente, Sonny Boy tornò agli Aurora Studios
per tre differenti sessions nel corso delle quali, si avvalse,
alternativamente, della preziosa collaborazione dei già citati Joe Williams
e McCoy alle chitarre, Yank Rachell e Willie Hatchett al
mandolino, Walter Davis e Speckled Red al pianoforte. Nonostante
questo turn over di musicisti, il classico country sound peculiare
di Sonny Boy, rimase sostanzialmente invariato. La successiva
registrazione, l’unica datata 1939, partorì uno dei dischi più memorabili
donatici da Sonny Boy. Con Broonzy alla chitarra e Walter Davis
al piano, Sonny diede (è il caso di dirlo) il La alle sedute,
registrando la malinconica e franta Bad Luck Blues. Si trattava di una
struggente canzone dedicata alla memoria del cugino, Morrison
Williamson, morto assassinato; la ieratica fusione della voce e
dell’armonica di Sonny con il pianoforte di Davis, riuscirono a
creare un’incredibile aura di mistica tristezza. In effetti, tale emotiva e
toccante atmosfera, da sempre era stato retaggio inconfondibile dei dischi di
Davis; quando, tuttavia, Davis e Sonny si incontrarono,
l’effetto emozionale toccò vette spirituali maestose e inimmaginate. A riprova
di ciò, è sufficiente riascoltare la loro incisione di Joe Louis And John
Henry Blues, ove il soffuso lamento del Sud spadroneggia sui solchi
come non mai. Le registrazioni del ‘40, furono foriere di qualcosa che sarebbe
accaduto come un vero miracolo, più avanti nel tempo. Gli accompagnatori di
Sonny in quell’occasione furono Joshua Althmeir proveniente da
Pine Bluff, Arkansas, al pianoforte e Fred Williams
alla batteria, ambedue componenti della band di Big Bill Broonzy; il
sound echeggiava come alcunché di nuovo e differente dall’usuale.
Trasportato dal teso e solido drumming di William e dal percussivo
piano di Altheimer, Sonny profuse una splendida, inusitata ed
eccitante performance all’armonica. L’impatto ritmico ne usciva
assolutamente più marcato e arricchito; le fondamenta del futuro Chicago
Blues erano state finalmente gettate. Il fato invidioso, purtroppo, rapì la
vita a Joshua Altheimer alla verdissima età di trent’anni, il 18 Novembre
di quello stesso anno. Il pianista di fiducia di Sonny divenne quindi, da
quel momento, Blind John Davis, l’house pianist della Casa
Discografica Bluebird, il quale, paradossalmente, negava di nutrire il
benché minimo interesse per il Blues. Un altro pianista dei cui servigi
Sonny si avvalse in diverse occasioni, manifestò parimenti a Blind
John, severe riserve nei confronti del Blues; nondimeno, la sua
esecuzione e il suo apporto in Elevator Blues, incisa con Sonny
nel Luglio del ’45, è assolutamente superba.
Senza dubbio Sonny Boy possedeva qualcosa
di eccezionale. Pur non avendo la greve, roca e drammatica voce tipica del
Bluesman del Sud; nondimeno, egli era assolutamente il più espressivo
interprete, tra coloro che allora frequentavano le sale d’incisione.
Le canzoni di Sonny Boy spaziano dagli
intensi Blues lenti come la commovente My Black Name Blues, alle
atmosfere più ritmate e divertenti di Elevator Blues, passando attraverso
le frenesie di Mellow Chick Swing, per giungere ai lunari non-sense di
Polly Put The Kettle On; tutto sempre e immancabilmente, sovrastato dalla
sua regale armonica. Oltre alle sue meravigliose composizioni, altro tratto
essenziale di Sonny – chiave imprescindibile della sua ricca personalità
–, era fuor d’ogni dubbio, la sua particolarissima voce intrisa del calore del
Tennessee. Sonny è stato uno dei cantanti di Blues tra i
più amati di ogni tempo: fatica irrisoria crederci. Oltre alla ricca e
stupenda personalità di musicista, Sonny era anche un uomo stupendo, come
pochi se ne trovano, una persona per cui il successo e il denaro erano soltanto
mezzi, il resto per lui era solo umanità, vera, talvolta troppo
vera umanità.
Aneddoti e narrazioni sulla sua generosità, si
contano a migliaia. Big Bill Broonzy un volta disse:
Sonny
ti avrebbe dato qualsiasi cosa; si sarebbe tolto la camicia di
dosso per regalarla ad un amico…
Homesick
James echeggia praticamente le stesse parole:
Si sarebbe strappato la camicia di dosso
per fartene dono se tu ne avessi avuto bisogno…
Billy Boy Arnold
ebbe a dire che, quando incontrò Sonny:
Disse a me e a mio cugino che per
qualsiasi cosa, per qualsiasi necessità, avremmo potuto rivolgerci a lui. Non
andate a rubare – ci disse –, per l’Amor di Dio; se avete bisogno venite da me.
Sonny aveva
sempre una piccola corte di ammiratori al seguito. Billy Boy così
continua:
Lui era il migliore che io abbia mai
conosciuto. Lavorava per dare agli altri di che sfamarsi e di che dissetarsi.
Quando arrivava il giorno di paga, a Sonny non restava in pratica neanche un
centesimo; per lui non esisteva il giorno di paga. Era buono! Pagava qualsiasi
cosa, vestiti, cibo, drinks, ogni cosa per chi gli stava attorno.
Questo era Sonny; avrebbe fatto tutto e di più per il prossimo.
Eddie Boyd e
Sunnyland Slim ci svelano però l’altra faccia della proteiforme personalità
di Sonny.
Era un gran bravo ragazzo, ma, quando
beveva, sarebbe potuto sembrare un turpe individuo agli occhi di chi non lo
conosceva. Sonny era innocente e mansueto come un
agnello, ma poteva diventare molto, molto pericoloso se qualcuno avesse provato
a fare il furbo con una delle tante donne che si sono alternate al suo fianco.(
Come dargli torto?) Nonostante ciò, tutti lo amavano ugualmente.
Affabile e generoso, Sonny quindi beveva
come un spugna, proprio come la più parte dei suoi colleghi e amici. Big Bill
Broonzy affermò in più di un’occasione che per cantare il Blues
bisogna avere la lingua impastata; la metafora lessicale è molto più che ad
hoc. Al di là di qualsiasi metafora o ironico riferimento, Sonny, in
realtà, era affetto da una lieve disfunzione fonatoria; ne possiamo ricavare
testimonianza dal parlato in Jiving The Blues. In fondo che
importanza ha ciò? Tutto spariva quando Sonny cantava nonostante tendesse
ad aggrovigliare i versi e a rendere spesso la canzone incomprensibile.
Sonny, come più
sopra già espresso, contribuì stupendamente a forgiare ante litteram il
Chicago Blues che sarebbe sorto nei tardi Anni Quaranta, fu tra le
sue mani d’oro che l’armonica divenne lo strumento Blues per eccellenza,
lo strumento senza il quale la storia dello stesso Chicago Blues mai
avrebbe potuto essere scritta. Durante una seduta di registrazione presso la
BlueBird tenuta con Big Joe Williams, avvenne qualcosa che sarebbe
rimasto nella storia dell’evoluzione del sound del Chicago Blues.
Era la prima volta in cui Sonny accompagnava su disco l’amico Big Joe,
in precedenza era sempre stato Big Joe ad accompagnare Sonny per
le incisioni di questi. Con la sua usuale linda e polita verve, Sonny
arricchiva in un autentico tour de force, il chitarrismo di Joe
facendone il contrappunto nota su nota; era la rivoluzione! Nulla di simile
sarebbe stato più creato sino all’avvento di Muddy Waters e Little
Walter, i quali riecheggiarono tali gesta, su vinile, soltanto dieci anni
più tardi.
Il primo di Giugno del 1948, circa alle due del mattino,
Sonny Boy
lasciava in compagnia di due amici, il Plantation
Club
sulla 31a Strada
a Chicago.
Il gruppetto si divise a St.Giles Avenue
ove Sonny
viveva al 3226;
Sonny
doveva camminare ancora per un poco prima di giungere alla propria abitazione. A
poche decine di passi dalla porta di casa, Sonny
fu brutalmente assalito e derubato del portafoglio, dell’orologio e di tre
armoniche. A causa delle ferite infertegli, il povero
Sonny
sanguinava copiosamente dalla testa e dall’occhio destro; così ridotto si
trascinò barcollando sui gradini di casa ove si accasciò. La moglie lo trovò in
quelle pietose condizioni alle 2,30, Sonny
mormorò: mio Dio abbi pietà di me.
I suoi indumenti erano sporchi di sangue e le sue parole suonavano frante e
quasi incomprensibili a causa dello shock. Lacey
Bell,
la moglie, ritenne tutto ciò il risultato di una delle solite sbronze cui il
povero Sonny
– come già abbiamo costatato –, non era certo alieno e quindi non si preoccupò
soverchiamente per le condizioni del marito, invece gravissime. Solo quando
Sonny
alle 5 del mattino cadde in coma, – quindi tre ore dopo l’aggressione –, Lacey
risolse di chiamare l’ambulanza ma era ormai troppo tardi; Sonny fu dichiarato
morto al suo arrivo al Michael Reese Hospital.
Seguirono inchieste per cui si stabilì quale causa della morte
la frattura del cranio con lacerazioni cerebrali e susseguente
emorragia intercraniale.
Nonostante le assidue investigazioni da parte della Polizia, nessuno fu accusato
per il crimine (enorme crimine.) dell’omicidio di Sonny; la pratica fu
archiviata. Il 3 Giugno, il corpo di Sonny
fu trasbordato a Jackson,
Tennessee,
ove da allora riposa. Questa fu la morte di uno dei più grandi ed amati Bluesmen
di tutti i tempi la cui enorme caratura artistica, ha influenzato l’intero corso
della storia della Musica del Diavolo,
tracciando indelebilmente il passaggio di un’era irripetibile.
Sonny morì
a soli 34 anni.
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